Pinocchio

Pinocchio

I Raccontastorie – Fascicolo 11

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      01 - Pinocchio

 

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C’era una volta… «Un Re!» direte subito voi. No, cari miei, avete sbagliato. C’era una volta.., un pezzo di legno! Proprio così. Un semplice pezzo di legno di catasta, che fu regalato a un vecchietto tutto arzillo, di nome Geppetto. Geppetto, con quel pezzo di legno, aveva pensato di fabbricarsi un burattino meraviglioso, che sapesse ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare il suo burattino. Dovete sapere che la casa di Geppetto era piccola e modesta, con pochi mobili. Sulla parete di fondo erano dipinti: una pentola che bolliva sul fuoco e una nuvola di fumo, belli che parevano veri. «Che nome gli metterò?» disse fra sé e sé Geppetto rimirando il suo bravo pezzo di legno. «Vediamo un po’… Ho trovato! Lo chiamerò Pinocchio. Gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchio la madre, Pinocchi i figli… Facevano un po’ di confusione tra loro, ma non se la passavan male.»

Tutto soddisfatto, si mise a lavorare di buzzo buono. Fece subito i capelli, la fronte e gli occhi al suo burattino. Finiti gli occhi, si accorse con sorpresa che lo guardavano fisso fisso, Geppetto rimase un po’ sconcertato. «Occhiacci di legno, perché mi guardate?» Nessuna risposta. Appena finito, il naso cominciò a crescere e… cresci, cresci, cresci, diventò un nasone che non finiva mai.

Il povero Geppetto si affannò a ritagliarlo, ma inutilmente: quel naso impertinente diventava sempre più lungo. Dopo il naso gli fece la bocca e subito il burattino cominciò a ridere e a canzonarlo. «Smetti di ridere!» disse Geppetto impermalito; ma fu come parlare al muro. «Smetti di ridere, ti ripeto!» La bocca smise di ridere, ma cacciò fuori tutta la lingua.

Geppetto finse di non vedere e continuò a lavorare, ma appena finite le braccia e le mani, si sentì togliere la parrucca dal capo. «Pinocchio!… Rendimela subito!» Per tutta risposta, Pinocchio se la mise in testa di traverso. Geppetto si fece triste. «Birba d’un figliuolo! Non ti ho ancora finito di fare e già mi manchi di rispetto!»


Restavano da fare le gambe e i piedi. Quando Geppetto ebbe finito, lo posò in terra e gli insegnò a camminare. Non appena si sentì più sicuro, Pinocchio si mise a passeggiare da solo per la stanza, poi a correre. A un tratto, infilò la porta di casa e fuggì via. Pinocchio correva come una lepre e il povero Geppetto faticava a stargli dietro. «Prendetelo! Prendetelo!» gridava, ma la gente si fermava incantata a guardarli e poi rideva a crepapelle.

Alla fine capitò un carabiniere. Pinocchio cercò di schivarlo, ma fece fiasco. Venne acciuffato per il naso e consegnato a Geppetto che lo prese per la collottola (visto che non gli aveva fatto gli orecchi!) «Quando saremo a casa faremo i conti!» Pinocchio, a questa antifona, si buttò per terra e non volle più camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni incominciarono a far capannello.

«Povero burattino!» dicevano alcuni. «Quel Geppetto pare un galantuomo, ma è un vero tiranno, con i ragazzi!» aggiungevano altri malignamente. «E capacissimo di farlo a pezzi!» Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto, che lì per lì non trovò nemmeno le parole per difendersi.


Contento di essersi liberato di tutti, Pinocchio tornò in gran furia a casa e si gettò a sedere su una seggiola con un sospirone di sollievo. Ma… «Crì-crì-crì!» fece qualcuno. «Chi è?» chiese Pinocchio impaurito. «Sono io!» Pinocchio si voltò e vide un grosso grillo che saliva su per il muro. «Dimmi grillo, e tu chi sei?» «Sono il Grillo Parlante e abito qui da oltre cent’anni.» «Sarà, però adesso ci son qui io, quindi fila via!» «No. Non me ne andrò senza prima dirti una gran verità. Guai ai ragazzi che si ribellano ai loro genitori; prima o poi

dovranno pentirsene amaramente!» «Canta pure, grillo mio, tanto domani voglio andarmene, se no mi toccherà per forza andare a scuola e studiare; e io, in confidenza, preferisco correre dietro le farfalle e salire sugli alberi!» «Povero grullo! Ma non sai che così facendo diventerai un gran somaro e tutti si prenderanno gioco di te?» «Chetati, grillaccio del malaugurio!» strillò Pinocchio. Ma il Grillo, che era paziente e filosofo, continuò imperterrito: «Se non ti garba andare a scuola, perché non impari un mestiere

per vivere?» inocchio cominciava a perdere la pazienza.

«C’è un solo mestiere che mi va a genio: quello di mangiare, bere, dormire e divertirmi dalla mattina alla sera!» «Per tua norma e regola», disse il Grillo con la solita calma, «tutti quelli che fanno codesto mestiere fanno una brutta fine!» «Bada, grillaccio del malaugurio! Se mi vengono i nervi, guai a te!» «Povero Pinocchio, mi fai compassione: hai proprio la testa di legno!» A queste parole, Pinocchio s’infuriò e, preso dal banco un martello di legno, lo scagliò contro il Grillo. «Crì-crì-crì…» Il povero Grillo rimase appiccicato alla parete sotto lo sguardo stupito di Pinocchio, che non pensava di colpirlo davvero. Intanto venne la notte, e Pinocchio, che non aveva mangiato, sentì un languorino allo stomaco che assomigliava molto all’appetito. E l’appetito dei ragazzi cammina presto, e difatti poco dopo divenne fame, una fame da non vederci più, poi una fame da lupi! Il povero Pinocchio corse al focolare, ma ben presto si accorse che la pentola che bolliva era soltanto dipinta sul muro. Ci rimase assai male. Allora si mise a frugare dappertutto, ma non trovò nulla, proprio nulla. Intanto la fame cresceva sempre di più. Allora, piangendo e disperandosi si disse: «Il grillo parlante aveva ragione: ho fatto male a comportarmi in quel modo. Ah, se il mio babbo fosse qui!» A un tratto scorse nella spazzatura qualcosa di bianco che assomigliava a un uovo di gallina.

Vi si gettò sopra. Era un uovo davvero! Pinocchio era fuori di sé dalla gioia. «Come lo cuocerò? Lo farò sodo o strapazzato? Oppure una bella frittata? No, farò più in fretta a cuocerlo al tegamino.» Infatti così fece, ma sul più bello, quando ruppe il guscio, scappò fuori un pulcino che con una riverenza gli disse: «Mille grazie signor Pinocchio d’avermi aiutato a spezzare il guscio. Arrivederci e tanti saluti a casa!» Pinocchio, non appena riavutosi dallo sbigottimento, decise di fare una scappata nel paese vicino, con la speranza di trovare un po’ di cibo. Era una nottataccia d’inverno. Tuonava forte e lampeggiava come se il cielo pigliasse fuoco e un ventaccio freddo fischiava rabbiosamente. Pinocchio aveva una gran paura, ma la fame era più forte della paura. In paese trovò tutto buio e deserto, perciò s’attaccò al campanello d’una casa per chiedere da mangiare.

Per tutta risposta ricevette un secchio d’acqua addosso, che lo inzuppò dalla testa ai piedi. Tornò a casa bagnato fradicio e sfinito. Si addormentò di colpo sulla seggiola, appoggiando i piedi sul braciere e non si accorse nemmeno che nel dormire i piedi, che erano di legno, gli si carbonizzavano. Sul far del giorno, qualcuno bussò alla porta. «Chi è?» domandò Pinocchio sbadigliando. «Sono io» rispose Geppetto. Il burattino, che non s’era accorto di avere i piedi bruciati, nell’udire la voce del padre, schizzò giù dalla seggiola per aprire la porta e naturalmente cadde lungo disteso sul pavimento.

Geppetto, quando vide il suo Pinocchio per terra e senza piedi, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze. Sentito poi che aveva una gran fame, gli regalò tutto quel che aveva: tre pere. Pinocchio, dopo aver fatto un po’ lo schizzinoso, le mangiò tutte, compresa la buccia e il torsolo. Poi supplicò il padre di fargli un paio di piedi nuovi. «Ti prometto che andrò a scuola, studierò e mi farò onore…»

 

Geppetto alla fine si commosse e gli disse: «Chiudi gli occhi e dormi.» E in men d’un’ora, i piedi erano bell’e fatti e Pinocchio fece mille capriole dalla contentezza. «Però per andare a scuola ho bisogno d’un vestito.» Geppetto, che era povero, gli fece un vestitino di carta fiorita e un berrettino di mollìca di pane. Ma per andare a scuola ci voleva anche l’abbecedario. Così Geppetto uscì di casa e tornò poco dopo con l’abbecedario, ma senza la sua casacca. «E la casacca, babbo?» «L’ho venduta: mi faceva caldo.» Pinocchio capì al volo e saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo per tutto il viso.

(Pinocchio manterrà le sue promesse? Scoprilo sul n. 12)