Abdullà e il genio

Abdullà e il genio

I Raccontastorie – Fascicolo 9

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      01 - Abdullà e il genio
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Dove le sabbie dorate dell’Arabia si perdono nel profondo mare blu, viveva un tempo un povero pescatore che si chiamava Abdullà. Ogni giorno stava sulla spiaggia per ore e ore gettando la sua rete nell’acqua. Per lo più riusciva sempre a pescare qualche pesciolino, ma un giorno sembrò essergli capitata una sfortuna maledetta. Quando gettò la rete per la prima volta tirò su un mucchio di alghe verdastre. Quando la gettò per la seconda volta, tirò su un mucchio di rottami, e la terza volta pescò solo una massa di fango nero appiccicoso. «Ma quello cos’è?» si chiese mentre il fango colava fuori dalla rete e si depositava ai suoi piedi. «È una vecchia bottiglia. Vediamo un po’!» Abdullà cercò in tutti i modi di togliere il tappo. Girò e tirò e spinse finché a un tratto il tappo saltò e una raffica di polvere uscì dalla bottiglia. La polvere si mutò rapidamente in fumo e poi il fumo assunse svariati colori e i colori presero a modellare una forma… prima una faccia,’ poi un corpo. E la figura diventava sempre più grande… Dopo pochi secondi, un enorme genio troneggiava sopra lo spaventatissimo pescatore.

«Finalmente libero!» esclamò una voce più potente del tuono. «Libero dopo tanti anni! E ora ti mangerò!» Abdullà si prese la testa fra le mani. «Ma perché? Perché? Cosa ti ho fatto?» «Ti taglierò a pezzettini!» tuonò il genio, afferrando al volo uno stormo di uccellini che gli erano passati sulla spalla. «Non faccia questo, Padron Genio», pregò Abdullà, cadendo in ginocchio. «Non intendevo darle fastidio. Per piacere, non mi uccida!» «Ti darò in pasto ai pesci ridotto a pezzettini!» muggì il Genio, sfoderando un enorme spadone ricurvo e puntandolo sul naso del pescatore. «Abbi pietà di me!» gridò Abdullà. «Cosa ti ho fatto di male?»

«Silenzio!» impose il genio. E urlava così forte che un vulcano che si trovava nelle vicinanze cominciò a eruttare. «Taci e io ti dirò la ragione per cui voglio ucciderti!» E senza muovere la spada dal naso di Abdullà, il genio narrò questa storia… «Il Grande Sultano Solimano mi rinchiuse nella bottiglia per punirmi di una magia maligna che avevo messo in opera nel suo regno. Mi pigiò in quell’ orribile prigione di vetro come una balena in un uovo. Ho galleggiato in un oscuro silenzio per secoli. L’unico rumore che udivo era il mio respiro. L’unica cosa che sentivo


era il battito del mio cuore. L’unica speranza era di venire pescato e liberato da un pescatore. Nei primi mille anni gridavo: “Liberatemi! Liberatemi! Se qualcuno mi libera farò in modo che tre suoi desideri si avverino!” Ma nessuno mi udì e nessuno mi liberò. Nei mille anni seguenti gridavo: “Liberatemi! Liberatemi! Se qualcuno mi libera gli darò in dono tutta l’Arabia!” Ma nessuno mi udì e nessuno mi liberò. Nei mille anni ancora seguenti rimasi zitto e pensai: “Se riuscirò a liberarmi di questa terribile bottiglia, ammazzerò il primo uomo che vedo e ogni uomo che incontrerò dopo di lui!». «Ma il Sultano Solimano è morto quasi tremila anni fa!» gridò Abdullà. «Appunto!» sbottò il genio. «Non ti meravigliare quindi se sono di pessimo umore!» Emise un potente urlo e le acque ribollirono intorno alle sue caviglie. Alzò la grande spada che lampeggiò al sole e tagliò a strisce una nuvola che passava. Poi guardò giù per godersi lo sguardo di terrore dipinto sul volto del piccolo pescatore. Ma invece di apparire terrorizzato, Abdullà stava davanti a lui con le mani sui fianchi, la testa piegata da un lato e una smorfia sorniona dipinta sul viso.


«Piano, piano, piano», disse con calma. «Smettila di prendermi in giro e dimmi da dove sei arrivato veramente.» La terra tremò quando il genio prese un profondo respiro. «Cosa? Piccolo verme! Piccolo scarafaggio! Preparati a morire!» E alzò la spada sulla testa. «Oh, andiamo! Di sicuro stai scherzando. Ma che storia racconti. Dimmi da dove sei uscito veramente. Ero così occupato a vuotare quésta vecchia bottiglia che non ho visto da dove sei saltato fuori.» «Cosa? Formica! Pulce! Io sono uscito dalla bottiglia. E ucciderò tutti!» «Oh, povero me», sospirò Abdullà. «Ma la mamma non ti ha insegnato che bugie così grosse non si raccontano? Io vedo le dimensioni della bottiglia e guardo le tue e ti dido che tu non sei uscito dalla bottiglia più di quanto non ne sia uscito io.» E Abdullà tentò ostentatamente

di ficcare il suo piede nel collo stretto della bottiglia. «Insetto che non sei altro! Tu… tu…» Il labbro inferiore del genio cominciò a tremare. «Ti dico che sono uscito dalla bottiglia. È la verità!» «Bah!» lo schernì Abdullà

voltandosi per andarsene. «Allora provalo.» Al gigante per la rabbia si rizzarono i peli del petto, e alzò i pugni al cielo. Poi, dopo pochi secondi, si dissolse in tutti i colori dell’arcobaleno. I colori sfumarono e una doccia di fumo e cenere cadde dal cielo e scivolò nuovamente nella piccola bottiglia. «Hai visto?!» disse una voce soffocata dal di dentro. «Te l’avevo detto!» Rapido come il lampo, Abdullà tirò fuori il tappo dalla tasca e lo ficcò nel collo della bottiglia. Poi lo avvitò e lo spinse finché la bottiglia fu ermeticamente chiusa. «Ehi! Fammi uscire, vermiciattolo! Fammi uscire subito!»

«Oh no», rise Abdullà. «Rimarrai lì per altri mille anni, se hai intenzione di essere così antipatico!» «No, ti prego, no! Prometto di esaudire tre dei tuoi desideri, se mi liberi! Apri subito questa bottiglia, formica!» Abdullà prese la rincorsa e con tutte le sue forze gettò la bottiglia in mare il più lontano possibile. «Ti darò tutta l’Arabia!» gridava il genio mentre la bottiglia volava per l’aria. Poi la bottiglia fece plop e ricadde in acqua. E l’unico suono udibile era quello delle onde che si infrangevano dolcemente sulla spiaggia. Più tardi nella giornata Abdullà tornò sulla spiaggia per mettere un cartello bene in vista. Ci aveva scritto: Attenti al genio in bottiglia. Proibito pescare! Poi arrotolò la sua rete e si spostò su un altro tratto della spiaggia.

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