Il vaso di Pandora

Il vaso di Pandora

I Raccontastorie – Fascicolo 15

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      01 - Il vaso di Pandora
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Provate a immaginare un tempo, tanti, tanti anni fa, in cui non esistevano l’infelicità, né la malattia, né l’ira. Un tempo in cui nessuno si faceva mai male né invecchiava. E poiché non esisteva neanche l’invidia, non c’erano né lotte, né guerre, né uccisioni. Né potevano esserci, poiché dovunque c’era una grande abbondanza. Marito e moglie non bisticciavano mai e anche Pandora ed Epimeteo erano felici di poter stare sempre insieme danzando, prendendo parte a feste e giochi e dormendo al sole di una eterna primavera. Una persona un po’ maligna avrebbe detto che Pandora era viziata, ma a quel tempo le persone maligne non c’erano ed Epimeteo adorava colmarla di regali. Ogni giorno le portava un vestito nuovo o dei sandali, dei gioielli o una statua per il giardino. Nella sua ricerca di altri doni nuovi, Epimeteo si allontanava sempre più da casa e Pandora rimaneva sola a girellare per le stanze della sua villa soleggiata. Un giorno, egli tornò a casa con un oggetto largo e quadrato avvolto in un panno. Era una vecchia scatola polverosa chiusa da vari fermagli e legata tutt’attorno da un cordone dorato.

«Cos’è?» chiese felice Pandora, danzando intorno alla scatola. «È un regalo per me, non è vero?» aggiunse maliziosa. «No, Pandora, non lo è» rispose energicamente suo marito. «Questa scatola mi è stata data in custodia dal Dio Mercurio. Gli ho promesso che non l’avrei mai aperta, qualunque cosa accada. Mi ha detto che se l’avessi fatto me ne sarei pentito amaramente!» «Oh, ti prego, lasciami dare un’occhiata. Solo un’occhiatina!» «No, Pandora, questa scatola non ci appartiene. Dobbiamo rispettare il volere di Mercurio.» Ma il giorno dopo, uscito Epimeteo, Pandora non faceva altro che pensare alla scatola. Le si avvicinò una volta,

poi un’altra e un’altra ancora. Le sue dita indugiarono sui fermagli polverosi e sul cordone dorato. «Cosa ci sarà dentro?» pensava. «Certamente Epimeteo non faceva sul serio, quando parlava di Mercurio. È un regalo per me, ne sono certa. E poi, è stato lui a promettere, non certo io. Che male c’è se do solo un’occhiatina?» Le sue dita cominciarono a slegare il cordone, ma si fermò appena in tempo! Per non essere di nuovo tentata di aprirla, cercò di distrarsi con mille lavoretti casalinghi. Ma nel pomeriggio non resisté più. Slegò il cordone… e fece scattare i fermagli.

Immediatamente uscì dalla scatola un lieve fruscìo, come di ali di farfalla che sbattessero contro una finestra chiusa. «Oh, ci dev’essere una creaturina chiusa là dentro! Non posso certo lasciarla lì!» Pandora alzò il coperchio della scatola. Dentro c’era solamente un vaso impolverato, sigillato con la cera. Dal vaso provenivano degli strani suoni che via via si facevano più forti. «Se rompo il sigillo» pensò Pandora «Epimeteo si accorgerà che ho curiosato.» Perciò richiuse la scatola e cercò di non pensarci più.

 

Ma… uhm, che desiderio cocente aveva di conoscerne il contenuto! Misurava la stanza a lunghi passi, girandosi continuamente a guardare la scatola. Poi, come in un sogno, si ritrovò vicino alla scatola aperta. «Pandora! Pandora! Per piacere facci uscire!» gemeva un coro di vocine dall’interno del vaso. Pandora ardeva dalla curiosità. Si morse le labbra. «Non devo, non devo! Mio marito ha detto…» «Ma cosa vuoi che ne sappia Epimeteo? Per favore, lasciaci uscire. Il mondo ha bisogno di noi. Il mondo non è completo senza di noi!» La tentazione era troppo forte per Pandora. Con un rapido gesto infranse il sigillo di cera.

Il tappo schizzò via dal collo del vaso, sotto la spinta di una specie di orribile calabrone nero. I suoi aculei stillavano veleno; nel suo ronzio si indovinava la parola Morte. Un altro insetto alato dall’aspetto coriaceo e dallo sguardo fisso — la Paura — lo seguì mormorando. Poi un insetto bavoso strisciò fuori dal vaso e tracciò la parola Malattia sul pavimento. Infine una strana zanzara color del ghiaccio volò fuori dalla finestra e, posandosi qua e là, infestò il giardino di spine, erbacce e bruchi. Il suo ronzio sembrava dire: Fame! Pandora cercò disperatamente di rimettere il tappo al vaso, ma un curioso scarabeo volante le punse una mano col suo affilato pungiglione gridandole: «Non ci puoi più fermare ora,

stupida donna. Noi siamo tutte le cose malvagie che il tuo mondo non ha mai conosciuto. Siamo un dono degli dei, invidiosi della vostra felicità. Io sono la Vecchiaia!» Il tappo divenne improvvisamente pesantissimo nella mano di Pandora, che vide a un tratto, sulla pelle, le grinze e le macchie scure dell’età. Riflesso nel suo specchio di bronzo, riconobbe un viso rugoso e dei capelli spruzzati di grigio. Il gelido soffio dell’Inverno uscì dal vaso e la investì fino a farla tremare di freddo. Con un ultimo, penoso sforzo, Pandora riuscì a tappare il vaso e a richiudere la scatola, ma non prima che la Preoccupazione, l’Ira e la Gelosia sciamassero fuori. Pungendo e mordendo, volarono fuori dalla porta, lungo il sentiero, e si installarono sulla testa di Epimeteo che stava tornando a casa.

Egli scaraventò per terra la moglie ela schiaffeggiò. «Donna malvagia, disobbediente, stupida ed egoista!» infuriò. «Ti avevo avvertita di non aprire la scatola. Perché non fai mai quello che ti si dice?» E Pandora, che non aveva mai conosciuto e neppure immaginato la collera, sentì per la prima volta i suoi occhi riempirsi di lacrime, poiché anche l’Infelicità era riuscita ad uscire dal vaso. Dalla strada venne un clamore di lotta, di pianti e di terrore. Il mondo, così meraviglioso fino a poco prima, sembrava essersi trasformato in un luogo orribile e crudele. Infine, Pandora udì un’ultima vocina uscire dall’interno del terribile vaso.

«Pandora! Pandora! Non lasciarmi qui dentro tutta sola! Il mondo ha bisogno di me! Il mondo non è completo senza di me!» «Non mi ingannerete di nuovo!» singhiozzò Pandora, gettandosi sul coperchio della scatola. «Ma io posso aiutarti. Fammi uscire! Ti prego, fammi uscire!» La voce sembrava essere tanto infelice quanto Pandora che, alla fine, pregando Epimeteo di stare indietro, aprì il coperchio della scatola e stappò il vaso. Volò fuori un cosino bianco, piccolo come la più piccola delle tignole. Solo a vederlo, Pandora si sentì un po’ consolata. Quando si posò sul suo viso, il cuore di Pandora era alleggerito. «Che tipo di malvagità sei, tu?» le chiese. «Io sono la Speranza», mormorò la creaturina e volò via a dar battaglia a tutti i mali odiosi. Portò la promessa della Primavera al giardino spoglio e asciugò molte delle lacrime del mondo. Al suo passaggio, si strusciò sulle guance di Epimeteo. Inginocchiata davanti a lui, Pandora gli chiese fra le lacrime: «Riuscirà, il mondo, a perdonarmi?» Suo marito la guardò a lungo e poi il suo viso si illuminò di un piccolo sorriso. «Lo spero» rispose dolcemente, «lo spero.»