Padron Tigre

I Raccontastorie – Fascicolo 2

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      02 - Padron Tigre
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Una sera di tanto tempo fa, quando gli uomini e gli animali parlavano la stessa lingua e la pelliccia della tigre era ancora tutta bionda, Bufalo d’Acqua tornava a casa dopo il suo bagno nel fiume canticchiando una canzoncina. Con il naso per aria — in quei tempi aveva ancora il naso diritto e il labbro superiore liscio — non si rese conto che Tigre lo seguiva finché non udì ronfare un «buona sera» proprio al suo fianco. Bufalo sarebbe scappato volentieri ma non voleva passare per un fifone. Perciò continuò per la sua strada, mentre Tigre chiacchierava accanto a lui. «Non ti si vede più nella foresta» disse Tigre. «Si deve al fatto che stai ancora lavorando per Uomo?» Bufalo assentì. «Ma guarda! Che strano! Proprio non lo capisco. Uomo non ha unghioni, non ha veleno, non è nemmeno particolarmente forte ed è così piccolo! Come fai ad accettarlo per padrone?» «Non me lo spiego nemmeno io», disse Bufalo. «Ma credo che sia per via della sua intelligenza.» «In-telli-cosa?» «L’intelligenza», spiegò Bufalo con degnazione, felice di saperne più di Tigre, «è una cosa speciale che Uomo

possiede e che gli permette di governare me, Cavallo, Cane e anche Anatra.» «Guarda, guarda, questa sì che è bella. Se io avessi un po’ di codesta in-telli-come-la-chiami, la vita sarebbe proprio più piacevole. Tutti mi obbedirebbero e non avrei bisogno di correre tanto. Potrei sdraiarmi sull’erba e scegliere le bestie più grasse per il pranzo. Credi che Uomo mi venderebbe un po’ della sua in-telli-genza?» «Io… io non lo so» borbottò Bufalo. «Glielo chiederò domani. Non credo proprio che oserà dirmi di no!» ringhiò Tigre, e con un balzo sparì. Bufalo trottò a casa chiedendosi se per caso non avesse parlato troppo. Ma dopo cena si sentì meglio. «Tigre non viene mai nelle risaie», pensò prima di addormentarsi. Invece il mattino seguente, quando arrivò al campo con il suo padrone, chi vide? Proprio Tigre, che era arrivato prima di loro e li stava aspettando. E aveva anche preparato un discorso per l’occasione… «Non avere paura, Padroncino Uomo!» disse Tigre affabilmente. «Sono qui con le intenzioni più pacifiche del mondo. Ho sentito dire che tu possiedi qualcosa chiamata in-telli-genza, e vorrei comprarla. Quindi fammi il piacere di vendermela in fretta, perché non ho tempo da perdere. Non ho ancora fatto colazione, non so se mi spiego…» Bufalo provò una gran rabbia contro se stesso. Invece sentì che

il contadino diceva: «Che grande onore: Padron Tigre in visita al mio umile campo e per di più dà anche alla mia piccola persona l’occasione di servire un animale così grande e bello!» E si inchinò come se si trovasse alla presenza dell’Imperatore. Tigre, molto compiaciuto, rispose: «Ma ti prego, niente cerimonie per una creatura semplice come me. Sono solo venuto a comprare…» «A comprare?» interruppe il contadino. «Oh no! Insisto per regalarvela.» «Sei molto gentile davvero. Non avrei mai creduto che Uomo avesse tali belle maniere», ronfò Tigre. Ma intanto pensava: «Che bella giornata! Prima vengo salutato come un re, poi riesco ad avere in-telli-genza senza sborsare un soldo e poi mi mangio il contadino per aperitivo e Bufalo per colazione!»

A questo pensiero gli occhi gli scintillarono come due stelle verdi e disse: «Me la darai subito, vero?» «Oh, mi piacerebbe, ma la lascio sempre a casa quando vado a lavorare», rispose il contadino che aveva notato lo sguardo affamato di Tigre. «Capirete, è troppo preziosa perché io rischi di perderla, e poi qui non mi s ve. Corro subito a casa a prenderla.»

Cominciò a camminare, ma poi — ritornò sui propri passi. «Mi pare di aver capito che non avete ancora fatto colazione…» «Sì, perché?» chiese Tigre. «Perché se è così non posso lasciare qui Bufalo. Potrebbe venirvi fame e Bufalo ha un aspetto così succulento…» «Prometto che non lo mangerò! Ti prego, sbrigati!» «Non metto in dubbio la vostra promessa, ma se per caso ve ne dimenticate e mangiate Bufalo, chi mi aiuterà nel lavoro dei campi? D’altra parte lui è così lento che mi ci vorrebbero ore per andare a casa e tornare e non mi piacerebbe fare aspettare Vostra Altezza. Certo, se Vostra Altezza mi permettesse di legarla a quell’albero laggiù, io starei più tranquillo.» Tigre acconsentì. «Li mangerò un po’ più tardi. Pazienza…» pensò, mentre il contadino lo legava saldamente all’albero. E gli venne l’acquolina in bocca al pensiero del saporino

del grosso Bufalo e dell’ometto marrone e di quella cosa sconosciuta chiamata in-telli-genza. Di lì a poco, il contadino ritornò «L’hai portata?» chiese Tigre. «Naturalmente», rispose il contadino, mostrandogli una cosa scintillante su un palo. «Presto, dammela!» ordinò Tigre. Il contadino obbedì. Passò la torcia proprio sotto i baffi di Tigre, e questi cominciarono subito a bruciare. La passò sulle sue orecchie, sulla schiena, sulla coda e dovunque la torcia lo sfiorava, rimaneva bruciacchiato.

«Brucia, brucia!» strillò Tigre. «È l’intelligenza!» fece il contadino ironico. «Vieni Bufalo, andiamocene!» Ma Bufalo non poteva camminare. Stava letteralmente scoppiando dal ridere. Ma guarda un po’, Padron Tigre, il terrore della giungla, legato a un

albero e bruciacchiato da una torcia. Era troppo buffo! Bufalo si rotolava sull’erba sghignazzando fino a che non sbatté la bocca su un tronco spaccandosi il labbro superiore e facendosi male al naso. E i risultati si vedono ancora … E Tigre? Beh, strillava e scalciava e alla fine, quando le fiamme bruciarono la corda che lo teneva legato, poté scappar via. Ma la corda infuocata aveva lasciato diversi segni sulla sua bella pelliccia bionda e per quanto si lavasse e si rilavasse non riuscì più a togliersi quelle strisce nere. E questo spiega perché la Tigre è fatta a strisce.

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