Praseidimio

Praseidimio

I Raccontastorie – Fascicolo 20

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      01 - Praseidimio
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C’era una volta un mugnaio che non faceva altro che vantarsi: e blaterava che lui macinava la farina più fine di chiunque altro, che la moglie faceva le torte migliori, e che lui era capace di acchiappare anche mille topi in un giorno. Ma soprattutto si vantava di sua figlia Eloisa. Un giorno venne al mulino uno dei servi di palazzo, per prendere la farina per il panificio del Re. «Ma lo sai», cominciò il mugnaio, «che mia figlia non solo è la più bella fanciulla del reame, ma è anche la più intelligente? È così in gamba che riesce perfino… perfino a filare la paglia in oro!» Il servo, che sapeva quanto il Re amasse l’oro, quella sera gli raccontò la stupida vanteria del mugnaio. «Quel mugnaio è davvero presuntuoso» commentò il Re. «Gli insegnerò io a non raccontare bugie. Manda a prendere sua figlia. Vedremo subito se è capace di tramutare la paglia in oro.»

E così le guardie reali andarono a prenderla. Quando Eloisa arrivò a palazzo, il Re la condusse giù per una scala buia fino alle cantine e a una piccola stanza. In un angolo c’erano un arcolaio e un mucchio di paglia. «Tuo padre dice che sei capace di filare oro dalla paglia» disse il Re. «Beh, allora fila questa paglia prima del tramonto, o farò gettare tuo padre in prigione per aver mentito!»

Eloisa cercò di spiegare, ma non ci fu verso. Il Re uscì dalla stanza e chiuse la porta a chiave. «Ma come posso filare la paglia in oro», singhiozzò lei, «nessuno può farlo!» Mentre così si disperava, sentì una voce che le disse: «Io posso farlo!» Di fronte a lei era apparso l’ometto più buffo che avesse mai visto. Era poco più alto di un nano, con le orecchie a punta, il naso rosso, lunghi riccioli e una lunga barba. I suoi abiti erano rossi e verdi e portava un enorme cappello floscio con una lunga piuma di struzzo. «Tu puoi farlo?» esclamò Eloisa. «E come?» «Non preoccuparti del come, ma del cosa. Cosa mi darai in cambio se ti tramuto la paglia in oro?» «Oh, qualunque cosa! Qualunque cosa tu voglia!» «Il tuo bel braccialettino?» «Sì, sì, naturalmente!» E così l’ometto si accomodò

sullo sgabello e cominciò a filare. In pochi minuti aveva trasformato il mucchio di paglia in un centinaio di gomitoli di filo d’oro puro. «Ora mi devi dare il tuo braccialetto», disse. Eloisa rise e glielo diede, ringraziandolo più volte. «Niente, niente. Son contento di esserti stato utile.» E con queste parole lo strano ometto si dissolse nell’aria. Al tramonto, quando il Re tornò, non riusciva a credere ai suoi occhi. Ma, preso com’era dall’oro, invece di ringraziare la fanciulla e di lasciarla tornare a casa, la rinchiuse nuovamente in cantina.

Il mattino seguente la condusse in una stanza più grande. In un angolo c’era un mucchio di paglia ancora più grande del precedente con il solito arcolaio accanto. «Fila questa paglia per stasera» ordinò. E se ne andò sprangando la porta. Eloisa scoppiò in lacrime. «Oh, cosa faccio ora! Se almeno quel meraviglioso ometto mi trovasse di nuovo!» «Detto fatto. Eccomi qua!» Eloisa si sentì così sollevata, che riuscì a malapena a sussurrare un «Meno male!»

«Cosa mi darai se filerò tutta questa paglia in oro?» chiese l’ometto. «Qualunque cosa! Qualunque cosa!» «Il tuo anello d’argento?» «Ma sì, certamente.» E così l’ometto si accomodò sullo sgabello e cominciò a filare. In poche ore, accanto al muro si ammucchiarono un migliaio di gomitoli di filo d’oro puro. «Ora dammi il tuo anello», disse l’ometto saltando giù dallo sgabello. «Apparteneva a mia madre, ma te lo dò volentieri.» E glielo diede, ringraziandolo mille volte. Al tramonto, quando il Re entrò nella stanza, fu entusiasta nel vedere tutto quell’oro. E non seppe decidersi a rimandare Eloisa a casa, finché non lo avesse fatto diventare il re più ricco del mondo.

E così, il mattino seguente la condusse in una stanza così grande che lei non ne aveva mai vista una uguale. Era stracolma di paglia fino al soffitto e in un angolo c’era il solito arcolaio. «Se riuscirai a filare tutto in oro per il tramonto», le disse, «ti sposerò. Altrimenti, resterai in prigione per sempre!» «Non sarò così fortunata anche stavolta», singhiozzò Eloisa. «L’ometto non mi troverà più.» «Non giurarci. Sono già qui! E cosa mi darai se filerò tutta questa paglia in oro e tu diventerai regina?» «Qualunque cosa! Qualunque cosal…

Ma non ho più niente da darti.» «Qualcosa troverò.» E accomodandosi sullo sgabello si mise al lavoro, filando più velocemente del solito. Proprio mentre il sole lanciava gli ultimi bagliori, lui terminò di filare l’ultimo filo di paglia. L’enorme mucchio si era trasformato in un centinaio di balle di oro puro. Eloisa lo ringraziò infinitamente. «Eh, eh, ma ora dovrai darmi il primo bambino che ti nascerà!» gridò il nano con una risataccia. «Questo è il mio prezzo!» «Ma se non sono nemmeno sposata?!» esclamò Eloisa. «Ma lo sarai presto. E io aspetterò…» a «Mah!…» „z-Prima che potesse aggiungere un’altra parola, il nano sparì… e proprio mentre il Re

faceva scattare la serratura della porta. Egli mirò e rimirò le balle d’oro. «Incredibile! Fantastico! Tutto ciò che tuo padre aveva raccontato è vero! E allora ti sposerò!» Il reale matrimonio ebbe luogo una settimana dopo. Eloisa era così felice, che presto dimenticò il nano e la promessa che gli aveva fatto. E quando nacque il suo primogenito, non si ricordava nemmeno più di lui. Ma un giorno, mentre sedeva con il bambino in braccio, l’ometto apparve all’improvviso. «Sono venuto a prendere la mia ricompensa», disse. «Il primo bambino che ti è nato.» «No, no! Ti darò tutto, la mia corona, il mio palazzo, qualunque cosa, ma non il mio bambino!» «Me lo immaginavo», ghignò il nano. «Non vuoi mantenere la promessa. Ma lo dovrai fare…

a meno che tu non riesca a indovinare il mio nome.» «Il tuo nome?» «Sì, il mio nome. Prova quante volte vuoi. Ma se in tre giorni non ci sarai riuscita, porterò via il bambino.» E svanì prima che lei potesse ribattere.

La povera Regina mandò i suoi messaggeri a raccogliere i nomi più inconsueti del reame. Sfogliò tutti i libri della biblioteca reale, e quando l’ometto le comparve davanti all’improvviso, gli disse: «Ti chiami forse Ferdinando? O Baldassarre o Dagoberto o Isimbardo? O Giramondo o Dodo o Gil…?» «No, no! Prova ancora!» E dopo che lei ebbe snocciolato nomi per un’ora intera, il nano sparì. Il giorno dopo, essa pensò a tutti i nomi sciocchi che un nano avrebbe potuto mettersi, e quando egli le ricomparve davanti, gli disse: «Ti chiami forse Ginocchia-torte, o Falena notturna… o Stinchilegnosi o…» «Acqua, acqua, acqua!» sogghignò l’ometto. E dopo due ore di indovinelli le dette il suo ultimatum. «Dovrai impegnarti di più domani. Sarà la mia ultima visita.»

La Regina era prossima alle lacrime. Cosa poteva fare? In quel momento, uno dei messaggeri bussò discretamente alla porta; stava tornando da una delle sue ricerche. «Sono andato ai confini del regno, mia signora» le disse. «Ho chiesto aiuto a tutti i maghi e alle streghe, ma inutilmente. Alla fine ero così stanco che mi sono sdraiato sull’erba e mi sono addormentato. Al mio risveglio ho notato la luce di un fuoco tra gli alberi e, avvicinandomi, ho visto un buffo nanerottolo che danzava

 

intorno al fuoco. E cantava sempre lo stesso ritornello: «Tricche – strumpa – mixo Praseidimio è il nome mio, ma non l’indovinerai come mi chiamo io» La Regina era fuori di sé dalla gioia. Regalò al servitore un prezioso anello d’oro che portava al dito e lo ringraziò mille volte. Il giorno seguente, il nano apparve con un cesto per mettervi il bambino regale.

«Avanti, avanti, indovina!» la incitò con sarcasmo. «Indovina il mio nome!» «Ti chiami forse Matteo, o Marco, o Luca, o Giovanni? O Guglielmo, o Pietro, o Nicola, o Filippo, o Erminio, o… o forse Praseidimio?» Il nano lanciò un grido stridulo e lancinante e pestò i piedi per terra per la gran rabbia. «Hai barato!» strillava. «Mi hai ingannato!» A furia di pestare i piedi, fece un buco nel pavimento e ci precipitò! E questa fu la fine di Praseidimio.