Il brutto anatroccolo

Il brutto anatroccolo

I Raccontastorie – Fascicolo 13

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      06 - Il brutto anatroccolo
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Era primavera avanzata e il sole splendeva caldo sull’anatra marrone vicino allo stagno della fattoria. Ma lei non si muoveva. Sedeva sul suo nido aspettando pazientemente che le uova si schiudessero. Tip-tap, crick-crack. Un bell’anatroccolino fece capolino dall’uovo. E a mezzogiorno cinque anatroccoli lanuginosi pigolavano intorno alle zampe della madre. Ma il sesto uovo, che era anche il più grande, non si era ancora aperto. «È molto grosso» pensò mamma anatra. «E per questo che ci mette più tempo degli altri ad aprirsi.» Ad un tratto, con un enorme crack, l’uovo si spaccò in due e rovesciò fuori una matassa di piume arruffate e becco e zampe, grande quasi come la madre stessa.

«Tu non puoi essere uno dei miei!» starnazzò lei fissando il brutto anatroccolo. Anche i fratelli e le sorelle accorsero stupiti. «Tu non sei uno di noi», dissero e si misero a ridere delle sue grosse zampe palmate. Il padre arrivò sguazzando dallo stagno verso la sua nuova nidiata di pulcini. «Povera me», esclamò la madre cercando di nascondere il sesto anatroccolo dietro di sé. «Cosa dirà lui, quando ti vedrà?» Il maschio guardò estasiato i suoi piccoli, sbattendo le ali con orgoglio. «Brava! Mi hai dato proprio una bella famiglia. Ma… corpo di Bacco! Quello non è uno dei miei!»

Il brutto anatroccolo veniva avanti inciampando, tendendogli amorosamente le sue alucce. Ma l’anatra maschio gli girò le spalle e se ne andò via, scuotendo la testa in segno di disapprovazione. La madre abbracciò con l’ala il brutto anatroccolo per consolarlo, ma non poteva fare a meno di pensare che le sarebbe piaciuto che fosse un po’ più grazioso. «Forse sarai intelligente» si consolò. «Dopo tutto la tua testa è bella grossa.» I polli della fattoria si fecero avanti chiocciando intorno ai neonati dell’anatra. «Oh, che carini!» schiamazzavano. «Ma cos’è quello? Hai covato un tacchino, mia cara. Scaccialo subito, co-co-co!»

«Sì, sì mamma è un tacchino!» starnazzavano gli altri anatroccoli, prendendosi gioco del loro goffo brutto fratello. «È un tacchinaccio!» «No che non lo è!» strillò la madre tagliando corto. «Andremo subito a fare una nuotata nello stagno e vedrete! I tacchini non sanno nuotare.» Infatti il brutto anatroccolo non era un tacchino. Nuotava come i suoi

fratelli e sorelle, anzi più veloce, dato che le sue zampe erano così grandi. Intanto, tutti gli animali della fattoria si erano riuniti intorno allo stagno e facevano dei commenti proprio antipatici. Una lacrima colò lungo il becco del brutto anatroccolo, che nuotò fino all’angolo estremo dello stagno, desiderando di non essere mai nato. Un giorno i bambini della fattoria vennero allo stagno a dar da mangiare

agli anatroccoli. Mentre stavano À , gettando dei pezzetti di pane nell’acqua, dei grandi uccelli bianchi dal lungo collo passarono volando sopra di loro. i «I cigni! I cigni se ne stanno andando!» gridarono. «Oh, come sono belli!» Poi videro il brutto anatroccolo e cominciarono a ridere. «Scommetto che diventerà bello grosso e che ce lo mangeremo a Natale! Acchiappiamolo e mostriamolo alla mamma!» Battevano l’acqua con le mani e spaventarono a morte il brutto anatroccolo che fuggì via dal laghetto, verso i campi, fino alle rive del grande

fiume. Rimase nascosto tra le canne giorno e notte anche quando fece tanto freddo. Infine la primavera arrivò. Il brutto anatroccolo si avventurò sul fiume impetuoso con la testa infossata fra le spalle. Si aspettava che da un momento all’altro qualcuno dicesse: «Cos’è quello?» oppure «Ecco il figlio dell’anatra, sai quel suo figlio brutto.» Ma all’improvviso, i grandi uccelli bianchi che aveva già visto una volta, volarono sopra di lui e si tuffarono nel fiume, fendendo l’acqua con i loro petti candidi.

La loro bellezza era tale che il povero anatroccolo non poté sopportarla. Uscì dal fiume e zampettò verso lo stagno della fattoria. Mentre si avvicinava allo stagno vide i suoi fratelli e le sue sorelle: ormai erano quasi delle anatre adulte. Lo osservarono con stupore mentre passava

dal cancello della fattoria. «Mamma! Mamma!» starnazzarono con il becco spalancato. La mamma e il babbo stavano a coda in su nello stagno in cerca di cibo. La madre alzò la testa, lasciandosi scappare un verme saporito. «Guarda, babbo. Io credo che sia… che sia il nostro brutto figlio, quello!» In quel momento i bambini

stavano uscendo di casa per andare a giocare. Videro il brutto anatroccolo, si fermarono di colpo ed esclamarono, «Guarda! Che bel cigno!» Raggiunta la riva dello stagno, l’anatroccolo guardò il suo riflesso nell’acqua… e vide un lungo collo candido e una delicata testa bianca. «Sono un cigno!» gridò aprendo il suo elegante becco. «Un cigno!» Con sua grande sorpresa e gioia, batté le candide ali e si librò in volo planando e veleggiando con il collo teso verso il fiume e verso la sua vera famiglia: quella dei cigni. E tutti dissero che era il più bel cigno che si fosse mai visto.

 

 

 

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