La bella addormentata

La bella addormentata

I Raccontastorie – Fascicolo 11

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      05 - La bella addormentata

 

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Era una splendida giornata di sole e gli uccellini cinguettavano, ma la Regina era triste, mentre faceva il bagno nel lago. «Oh, come vorrei avere un bambino» piangeva e una sua lacrima

cadde nella bocca aperta di una rana che sedeva su una foglia. «L’anno prossimo a quest’epoca avrai una bambina» gracidò la rana. Un attimo dopo si tuffò fra le erbe del lago e sparì. La sua preghiera si avverò: il Re e la Regina divennero gli orgogliosi e felici genitori di una bella bambina. «Le rose stanno per sbocciare» disse il re. «Chiamiamola Rosaspina. Le faremo la più grandiosa festa di battesimo che si sia mai vista.» «Dobbiamo invitare tutta la gente importante» disse la Regina. «E le tredici fate» aggiunse il Re. «Ricordati, mio caro, che le fate devono mangiare in piatti d’oro. E noi ne abbiamo solo dodici.»

«Beh, vorrà dire che inviteremo dodici fate» concluse il Re. Alla grande festa, gli ospiti danzarono e cantarono finché venne il momento in cui le fate presentarono i loro doni alla nobile neonata. La prima le donò la bellezza, la seconda un portamento flessuoso e poi, via via: una voce melodiosa, un buon carattere, salute, dolcezza, sincerità, bontà, senso dell’amicizia, felicità, buonumore e… Ma prima che la dodicesima fata potesse parlare, il salone da ballo si oscurò improvvisamente, si levò un vento freddo e si udì il verso sinistro di una civetta. Tutti rabbrividirono. Ed ecco che in piedi, vicino alla culla, era apparsa una piccola figura curva, tutta vestita di nero. Due occhietti verdi

spiccarono su un viso grinzoso. «Così non mi avete invitata!» ghignò la tredicesima fata, «ma io sono qui lo stesso ed ecco il mio dono: nel giorno del suo quindicesimo compleanno, la principessa si pungerà un dito con un fuso e morirà!» Dette queste parole svanì. Il vento e la civetta tacquero e ritornarono il calore e la luce. Nella sua culla la minuscola principessa piangeva piano e su tutti era calata una grande tristezza. Poi si fece avanti la dodicesima fata e disse queste parole: «Rosaspina si pungerà il dito, ma non morirà. Dormirà per cento anni insieme a tutti gli abitanti del palazzo, fino al giorno in cui il bacio di un principe non la risveglierà.»


Il Re ordinò immediatamente di distruggere tutti gli arcolai e i fusi del regno. Vennero accesi dei grandi falò in ogni piazza e tutti gli arcolai furono bruciati. Gli anni passarono e Rosaspina crebbe felice, con tutti i doni delle fate. Nel giorno del suo quindicesimo compleanno i suoi genitori dettero una splendida festa in suo onore. Poco dopo le sei del pomeriggio, Rosaspina propose: «Giochiamo a nascondino?», e tutti i giovani ospiti corsero a nascondersi negli armadi, sotto le enormi tavole, dietro le pesanti tende del palazzo. Rosaspina salì in punta di piedi per una scala a chiocciola, fino a una torretta in cima al castello, dove da molti anni nessuno metteva piede. Era buio là dentro e pieno di umidità. Rosaspina cominciava a desiderare di non esserci mai entrata, quando vide una porta polverosa. Col dito, scrisse il suo nome sulla polvere e poi spinse dolcemente. La porta si spalancò su una minuscola stanza.

«Entra, cara» sussurrò una strana voce. Nel buio, Rosaspina distinse una vecchia, seduta davanti a una grande ruota. La stanza divenne ancora più buia, si levò un vento freddo e si udì il verso sinistro di una civetta. Rosaspina rabbrividì. «Cos’è questo?» chiese indicando la ruota. «Ma un arcolaio, cara.» La vecchia, dal viso pallido e rugoso, si rivolse alla Principessa e la fissò con i suoi occhietti verdi. «Sto filando del lino per un lenzuolo. Avvicinati… guarda come danza il fuso mentre il filo gli si avvolge attorno.»


Rosaspina era affascinata, poiché non aveva mai visto un arcolaio prima di allora. Allungò la mano per toccare il fuso e… «Ahi!» gridò «Che male!» Rosaspina si era punta un dito e subito si addormentò profondamente. Il vento e la civetta tacquero e il calore e la luce ritornarono. i La vecchia era svanita. Seduti sui loro troni, il Re e la Regina si addormentarono nel bel mezzo di una conversazione, i giovani t ospiti si addormentarono nei loro nascondigli, con il dito alle labbra come per dire: «Sh!» e chi doveva stanarli si addormentò in piedi con le mani premute sugli occhi. Anche la pendola si fermò, una mosca rimase sospesa a mezz’aria, il gatto del cuoco si addormentò davanti alla tana del topo e il topo, terrorizzato, vi si addormentò dentro. La cuoca si addormentò con la mano alzata, nell’atto di sculacciare il garzoncello birbone, con davanti i cocci della coppa che lui aveva rotto. Il cane, che già da prima stava sonnecchiando, dormì ancor più profondamente e lassù, nella torretta, i ragni rimasero quieti e silenziosi nelle loro ragnatele.

Passarono i giorni e poi le settimane. I mesi diventarono anni, ai quali si aggiunsero altri anni ancora. Dopo dieci anni, una fitta siepe di rose spinose era cresciuta tutt’intorno al palazzo; dopo vent’anni il palazzo era nascosto completamente alla vista. Passarono novant’anni e il folto di rose, erbacce e cardi spinosi era diventato un’intricata foresta. La storia della Bella Addormentata si era sparsa per il mondo e si era tramandata in tutte le famiglie reali. Molti principi coraggiosi avevano tentato di penetrare nella foresta per cercare la Bella, ma nessuno ci era riuscito…

Poi, un giorno, un bel principe arrivò da una terra lontana. Le spine e i rovi lo ferivano con ferocia, ma lui si fece strada finché non crollò dalla stanchezza. Era quasi completamente esausto, quando accadde una cosa straordinaria: le spine non pungevano più e le rose, sui rovi, cominciarono a fiorire. Egli si muoveva fra i rami come per magia.

Erano trascorsi cent’anni dal quindicesimo compleanno di Rosaspina, ma il tempo nel palazzo , si era fermato. Il principe aprì il massiccio portone del palazzo, passò fra gli ospiti addormentati e salì la stessa scaletta a chiocciola che la principessa aveva percorso cent’anni prima. In cima alla scala vide la parola “Rosaspina” scritta nella polvere della porta e dentro la stanza della torretta trovò finalmente la fanciulla addormentata. Non ne aveva mai vista una più bella. Il giovane lentamente, come in un sogno, si chinò e la baciò. La principessa aprì subito gli occhi. «Ti ho aspettato così a lungo!» sussurrò guardandolo negli occhi.

Nello stesso istante si svegliarono anche tutti gli altri. Il Re si volse verso la Regina e rispose alla domanda di cent’anni prima: «Hai proprio ragione, f, mia cara»; il topo si nascose ancora più profondamente nella tana, per sfuggire al gatto; il cane si rotolò beatamente sulla schiena; chi giocava a mosca cieca staccò le mani dagli occhi e disse: «Sto arrivando!» e i ragazzi che si erano nascosti sorrisero e col dito sulle labbra sussurrarono: «Sh!»; il garzoncello di cucina si divincolò dal grembo della cuoca, che invece sculacciò

le proprie ginocchia…; la mosca atterrò su un cucchiaio sporco di marmellata e la – pendola del palazzo rintoccò finalmente le sei. Molti anni dopo, quando Rosaspina e il principe si furono sposati, raccontarono spesso ai loro figli la straordinaria storia della tredicesima fata, del fuso e dei cent’anni di sonno.